Designer socialmente utili

Designer socialmente utili


Essere designer significa molte cose. A volte questa professione viene data per scontata o non viene valorizzata come dovrebbe. Sembra che a volte si dimentichi come sia nata e quali e quante responsabilità, come quelle sociali, essa implichi.

Forse vale la pena ricordare come, conclusasi la prima guerra mondiale, le grandi potenze si resero conto della necessità di ricostruire fisicamente le città e soprattutto di dover rimettere in piedi l’apparato sociale, rispecchiandone le nuove caratteristiche. Pertanto la figura dell’artista e dell’artigiano classico non rispondevano sufficientemente a tali esigenze. E’  questo il panorama in cui si comincia a delineare la figura del designer che verrà portata avanti dal progetto della scuola del Bauhaus che unì l’accademia delle belle arti con la scuola delle arti applicate.

Dal 1919 ad oggi il ruolo del designer è cambiato. Philippe Garner, direttore di CHRISTIE’S, ci conferma nel libro “sixties design” che il design si è esteso ben oltre la necessità di un armonia tra forma e funzione e sostiene che i designer danno forma non a prodotti seguendo un’ astrazione bensì a prodotti che sono il risultato della società e della cultura e che si collocano in un determinato mercato. Oltre a dei tecnici, dei conoscitori dei materiali, dei disegnatori, degli inventori, dei pensatori , degli agitatori, degli scienziati, dei poeti, siamo anche e soprattutto diventati dei comunicatori.

La domanda sorge spontanea: comunicatori di quali contenuti? Leggendo alcuni studi sulla società contemporanea, ma anche solo osservandola con occhio critico, possiamo davvero chiederci quali possano essere i contenuti della società della tecnologia, delle false notizie, della divulgazione senza controllo, della falsa socialità e dell’isolamento collettivo… Quali sono quindi le risposte del design alla evidente crisi sociale?

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Guardare al presente e al futuro non è così semplice come guardare al passato per rispondere a questa domanda. La minigonna è forse uno degli esempi più lampanti della risposta del design alle richieste e alle necessità sociali, in quel caso riguardanti l’emancipazione femminile. Hanno risposto, un po di decenni dopo, tutte le ricerche verso un design eco-sostenibile e green. Oggi forse sono i bastoni da selfie, i droni,  gli oggetti multi funzione e perché no anche i sex toys che sembrano dare una  risposta. Ognuno di questi oggetti ha una sua ragione di esistere e allo stesso tempo ognuno di questi nasconde più o meno evidentemente una storia legata alla società. Forse le storie sono legate, nell’ordine,  al bisogno di mettersi in mostra e di rendersi interessanti agli occhi degli altri e di sé stessi, alla voglia di giocare a fare la guerra con la scusa di fare riprese , al budget sempre più limitato che ci immette nella logica del pago uno per avere due e alla forte mancanza di comunicazione che genera insoddisfazione anche sessuale.

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Facendo testo a queste storie latenti viene da chiedersi se sia giusto che il design dia alla società ciò che essa chiede al momento o se forse, in tempi come questi, sarebbe opportuno sfruttare il potere che noi designer abbiamo per cercare di influenzare e guidare la società verso un altro corso.

A preoccuparsi di questo tema sono in molti. Ad esempio nel codice di etica professionale l’International Council of Societies of Industrial Design (ICSID) definisce nel 2001 almeno 3 compiti del design:

  • etico globale-prevedere sostenibilità e protezione ambientale
  • etico sociale-dare beneficio e libertà alla comunità
  • etico culturale-dare supporto alle diverse culture al di là della globalizzazione

Partendo da questo concetto è stata compiuta nel 2012 una ricerca, dagli esiti piuttosto rassicuranti, chiamata: ” Etics and social Responsability: Integration within Industrial design education in Oceania” con lo scopo di verificare che i corsi di laurea di primo e secondo livello in design prevedano un insegnamento che vada in questa direzione, almeno in Oceania. Tali esiti ci confermano che il mondo accademico è a conoscenza di questo ruolo e di conseguenza lo sono anche gli studenti.

Ma una volta laureati si dimentica forse il nostro compito?Si dimentica forse di preoccuparsi e di occuparsi della società? Potremmo sempre dire di essere fieri dei nostri prodotti, sistemi, idee e contenuti?

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Forse dovremmo sempre ricordarci le parole di uno dei più grandi designer socialmente impegnati, Victor Papanek, che già nel 1971 disse che” il design risponde a dei bisogni e non a dei voleri”. Ritornando a questa visione nobilitante del ruolo del designer possiamo ritrovare una delle più importanti guide progettuali per i nostri lavori e riappropriarci delle nostre responsabilità, creando un design che risolva problemi, che influenzi, che determini e che abbia un contenuto valido per la società contemporanea.

Referenze:

Philippe Garner (1996). Sixties design, Taschen

Colin Davies, Monika Parrinder (2009) . Limited language:rewriting design responding to a feedback culture.

Papanek, Victor (1971). Design for the Real World: Human Ecology and Social Change, New York, Pantheon Books

http://www.academia.edu/1825163/Ethics_and_social_responsibility_integration_within_industrial_design_education_in_Oceania

http://www.treccani.it/enciclopedia/media-e-societa-contemporanea_(XXI-Secolo)/

http://www.tesionline.it/__PDF/16061/16061p.pdf

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